Il riassunto della (triste) vicenda di Katia Ghirardi è questo: Intesa Sanpaolo chiede ai dipendenti di girare dei video, per fare team building, mostrare lo spirito aziendale, spezzare forse la monotonia del lavoro quotidiano. Una specie di contest interno organizzato con una certa ingenuità. I video più divertenti verranno proiettati durante la convention nazionale.

Katia Ghirardi, la direttrice della filiale di Castiglione delle Stiviere, una paese in provincia di Mantova, si cimenta, assieme ai suoi colleghi, nella realizzazione di un video amatoriale che sfocia nel grottesco.

Non è il suo lavoro. Non ha chiaramente nessuna esperienza con la telecamera. Anzi, ha quell’aria ingenua e un po’ goffa che la rende comica, chiaramente a sua insaputa. C’è una differenza sostanziale tra l’essere comici e l’essere grotteschi, far ridere perché si vuole essere comici o esserlo a propria insaputa. Ma noi lo sappiamo, i social sono onnivori e non distinguono tra risata e sberleffo che sfocia nell’insulto.

Il video non viene proiettato alla convention. Ma qualcuno evidentemente comincia a farlo girare, forse su WhatsApp, e così, di telefono in telefono, approda su Facebook, su Youtube, sui media nazionali.

Milioni di visualizzazioni. Clickbaiting a più non posso. Il video appare su Huffington Post e molti altri (ovviamente previa advertising). Cattelan su radio DJ ci va giù pesante. La blogosfera esplode. Si leggono articoli un po’ su tutti i toni. “Vedi cosa succede se non hai un bravo Social Media Manager”. “Ecco cosa succede quando fai video marketing fatto male”. “Se non sai fare content marketing non farlo”. La cattedra di chi vuol fare real time marketing ma poi razzola tanto male quanto predica bene.

A metà della giornata di ieri si comincia a capire che quel video, in realtà, non era un maldestro tentativo di produrre contenuti per attirare clienti, ma un “contest” interno alla banca. Si capisce che non era destinato ad essere diffuso, se non in un contesto chiuso ed interno alla realtà aziendale.

A questo punto c’è un vero e proprio voltagabbana generalizzato.

A partire da Selvaggia Lucarelli, che è sempre in prima linea sul linciaggio dei cyber-bulli. Katia Ghirardi si trasforma da zimbello a eroina, uno “zimbello vittimizzato”. Si comincia a compatirla. A puntare il dito verso quelli che la deridono, perfino con una certa empatia verso questa signora che sul profilo pubblica immagini della Madonna, preghiere, foto delle vacanze e del figlio.

Chiaramente Katia non ha nessuna conoscenza delle dinamiche della rete. Ha preso questo contest con quello che per lei è sicuramente “il giusto spirito aziendale” e si è lanciata nella sfida trascinando i colleghi (che non sembravano molto convinti) senza immaginare quello che sarebbe potuto succedere.

A volte queste cose accadono per caso, quasi sempre a dire il vero. Non esistono regole per la viralità sui social: accade o non accade. Nessun deus ex machina. Il caso che si affianca alla risata, al ridicolo, al grottesco: in un attimo ti ritrovi ad essere famosa senza volerlo.

Cosa possiamo imparare, quindi, da questa vicenda?

La prima cosa (un po’ scontata, ma come si dice: repetita iuvant) è che la rete non perdona. Quando si immette un contenuto in rete diventa impossibile eliminarlo. Il video è stato ripreso da diverse pagine e, in alcuni casi, ha superato i 2 milioni di visualizzazioni, sono nati hashtag, eventi, pagine ad hoc.

La seconda cosa è che, come avevamo già scritto qualche giorno fa, grandi aziende come Intesa Sanpaolo dovrebbero essere più preparate per questo tipo di evenienze.
Se Katia avesse pubblicato di sua spontanea volontà un video del genere, ovviamente, sarebbe da punire. Ma il video è finito in rete a sua insaputa e, cosa forse più grave, è stata la stessa banca ad incentivare i dipendenti a girare questi video (oggi ne stanno circolando altri, forse altrettanto imbarazzanti) non immaginando che sarebbero potuti diventare virali.

Insomma, diciamoci la verità: affidereste i vostri risparmi a una così? Probabilmente no, anche se sicuramente nella realtà sarà una grande professionista, in quei 2 minuti di video con milioni di visualizzazioni ha creato un danno a sé stessa, ai colleghi e all’azienda. Un danno derivato da una decontestualizzazione che però poteva (e doveva) essere prevista ed evitata.

Un altro aspetto di questa faccenda è la totale mancanza di crisis management della banca che – nonostante i commenti negativi e gli sfottò continuino a fioccare sulla pagina ufficiale e sui social – non ha ancora risposto e probabilmente lo farà (ci potrei scommettere) con un comunicato stampa nella giornata di oggi.

Infine la stessa Intesa, che ha creato il contest, non ha saputo tutelare nemmeno i suoi dipendenti. La ridicolizzazione, lo sappiamo, va di pari passo con la gogna virtuale. Eppure non vi è stata alcuna levata di scudi verso Katia e i suoi colleghi.

Non sappiamo nemmeno se vi sia stato un espresso divieto di pubblicare i video ricevuti per il contest a margine della convention, minacciando sanzioni in caso di divulgazione. Non sappiamo se i dipendenti abbiano firmato una liberatoria. Non sappiamo se ci saranno delle azioni legali che potrebbero essere disastrose.

Ne avevamo parlato anche in questo articolo pochi giorni fa, e lo ribadiamo anche qui: è importante che le aziende tutelino la propria immagine anche in questi casi. Servono delle policy chiare e definite: “cari dipendenti, questi video sono per uso esclusivo interno, qualsiasi diffusione all’esterno verrà punita [leggi: vi facciamo un mazzo tanto se i video finiscono sui social]”. Questo sarebbe stato il minimo, ma sarebbe stato sufficiente?

Un contest, seppur “interno”, di questo tipo è opportuno?

Abbiamo visto cosa è successo e ci chiediamo: davvero ne valeva la pena? Ci sono modi diversi per fare team building? Probabilmente sì: lontano dagli smartphone e dalla gogna virtuale, che è sempre dietro l’angolo, e qui, ovviamente, il mea culpa è anche mio.


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Cosa possiamo imparare dal video di Katia Ghirardi?
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Cosa possiamo imparare dal video di Katia Ghirardi?
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Il caso del video di Katia Ghirardi e dei suoi colleghi della filiale Intesa Sanpaolo di Castiglione delle Stiviere, diventato virale a loro insaputa, ha creato un danno all'immagine della banca. Cerchiamo di capire come è successo e come si sarebbe potuto evitare.
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