Chi ha sentito parlare di Growth Hacking sicuramente ha anche sentito di Raffaele Gaito, uno dei più famosi imprenditori digitali italiani che aiuta le aziende a far capire 3 cose: prodotto e marketing non sono due cose separate; nel business bisogna fidarsi solo dei dati;  la cosa più importante è parlare con i propri clienti. (cit.dal sito di Raffaele)

Abbiamo avuto l’occasione di chiacchierare con lui a pochi giorni dal lancio del suo ultimo libro, chiarendo cos’è davvero il Growth hacking oltre la moda del momento. Tutte le aziende sognano di avere nel team il Sean Ellis di turno ( ovvero il primo che ha coniato questo termine ed è famoso per aver aiutato Dropbox a diventare il colosso che conosciamo), che ha l’intuizione geniale per fare il salto di fatturato in tempi molto rapidi.

Il libro di Raffaele Gaito “Growth Hacking MindSet. Non esiste innovazione senza sperimentazione” ci sbatte in faccia la realtà: la crescita deriva dai fallimenti. Quindi nella maggior parte dei casi non c’è l'”intuizione geniale”, ma tutto deriva da sperimentazione continua e programmata. Ogni fallimento insegna qualcosa e da esso traiamo nuovi valori.

Raffaele oltre a essere un growth hacker è un formatore che mette a disposizione molte risorse gratuite sia sul suo blog che sui social. Per approfondire l’argomento potete seguire i suoi canali social in cui ci sono video, consigli sui tools utili e  i libri da leggere con aggiornamento settimanale.

Un digital marketing manager oggi deve essere anche un growth hacker?

Su questo tema ci sono sempre state due scuole di pensiero opposte, io personalmente credo che non sia necessario.

Il Growth Hacking e il marketing sono due cose diverse, con obiettivi diversi, tempi diversi e mezzi diversi.

È giusto che sia così perché in azienda devono coesistere e portare casa obiettivi diversi.

Il reparto di Growth Hacking deve vivere sempre nello sconosciuto, fuori dalla zona di confort aziendale e sperimentare di continuo. Ma inevitabilmente ci sarà sempre bisogno di persone che in azienda gestiscano attività più “tradizionali” e di background: branding e posizionamento, campagne, attività di awereness, strategia di contenuti, gestione dei social media, PR e chi più ne ha più ne metta.

Ecco perché non è obbligatorio che un marketer diventi un growth hacker, a meno che non voglia fare quello, growth hacking. Più che altro può essere interessante (e utile) che si aggiorni su questa metodologia per avere a disposizione nella sua cassetta degli attrezzi strumenti, modelli, framework e processi che potrebbero risultare utili anche nelle sue attività quotidiane.

Ti senti un Guru del growth hacking? Come distinguere i guru dalla fuffa?

Questa domanda mi ha fatto ridere molto e ci ho pensato un bel po’ prima di decidere se rispondere seriamente o meno. Guru nella sua accezione originale non ha un significato negativo, siamo noi ad averla utilizzata nel tempo per indicare i cialtroni. Ma in questo caso sarebbe più corretto dire “finti guru”, “pseudo guru” e così via.

Detto questo, non mi sento assolutamente un guru o un esperto o altro. Sono una persona curiosa, che studia un botto e che è rimasta smanettone dentro. Quello che faccio è condividere le cose che imparo con gli altri. Tutto qua.

Una cosa molto simile la dico sempre anche ai miei clienti e studenti: non aspettatevi da me delle risposte perché non ne ho, piuttosto sono quello che vi deve stimolare un po’ di domande. Il tema delle domande è talmente importante per me che nel secondo libro ho dedicato un intero capitolo alla questione.

Cosa significa fare Growth Hacking Raffaele Gaito

In fin dei conti quindi il mio ruolo è quello di un facilitatore e credo fortemente che i vari consulenti e formatori li fuori dovrebbero sempre più orientarsi verso questa definizione. Noi non sappiamo un bel niente, è questa la verità. Ma possiamo aiutare clienti, studenti o chi ci segue a ragionare meglio fornendo gli strumenti migliori.

A sto punto rispondere alla seconda parte della domanda viene facile: per me la fuffa è rappresentata da tutti quelli che invece la fanno facile. Quelli che ti vendono la soluzione universale, che hanno la risposta a tutte le domande, che se ne escono con la ricetta pronta e con gli slogan da venditore porta a porta. Diciamo che quando ci sono segnali di questo tipo il sospetto che sia fuffa è alto. Altissimo.

Il growth hacking è solo per le aziende? Si può fare growth hacking per i social?

R: I social sono un canale e il growth hacking è un processo di sperimentazione che coinvolge qualsiasi aspetto di un’azienda. Quindi di conseguenza anche i social.

Ma non “fai growth hacking per i social”, semplicemente stia coinvolgendo alcuni dei social media all’interno di uno o più esperimenti.

La difficoltà più grande che hai dovuto affrontare

R: Far capire che il growth hacking è sperimentazione e che la parola “hacking” stesse a rappresentare concetti come “non ordinario”, “creativo”, “fuori dagli schemi” e così via. Purtroppo in tanti utilizzano a sproposito questo termine infilandoci dentro di tutto: automatismi, bot, trucchetti e anche attività borderline eticamente scorrette.

Il growth hacking non è niente di tutto questo. È sperimentazione, stop.

È una metodologia agile che applica concetti noti da decenni in un contesto nuovo. Dentro ci si possono trovare elementi del mondo agile e del mondo lean con un utilizzo rivolto alla sperimentazione e alla crescita.

Parlaci della tua esperienza al TEDx: perché la pazienza è importante, come si incastra con il mito della velocità delle sperimentazioni con il growth hacking

R: L’esperienza al TEDx è stata fantastica, una delle cose più belle che ho fatto negli ultimi anni (insieme allo scrivere un libro) e mi ha aperto tante porte. È incredibile come un singolo talk possa avere un impatto del genere.

Anche se all’apparenza potrebbe sembrare slegato dal growth hacking in realtà è molto più legato di quello che si pensa. Quando entri nell’ottica di “non so assolutamente niente e ogni cosa la devo sperimentare” capisci che ti devi armare di pazienza. Di tanta pazienza.

La velocità degli esperimenti non va confusa con la velocità dei risultati.

Il 99% delle cose che testerai non porteranno risultati, ma non avrai fallito, avrai imparato qualcosa di nuovo, qualcosa che non conoscevi. È come correre una maratona, dove l’obiettivo principale è arrivare alla fine.

Se ti arrendi perché dopo 2-3 esperimenti non hai visto risultati significa che non sei fatto per questa roba, non hai la pazienza necessaria. La fase di attesa è fondamentale per chi sperimenta e, allo stesso modo, devi far pace col concetto di fallimento. Solo chi padroneggia queste caratteristiche riesce veramente ad avere un mindset orientato alla sperimentazione continua.

Nel tuo libro scrivi molto del mind-set giusto: ma come si acquisisce?

R: La risposta in parte l’ho data sopra: col tempo. Purtroppo spesso finiamo col confondere la velocità del mezzo con la velocità del fine e vivendo un’epoca digitale rapidissima pensiamo che ogni cosa dobbiamo ottenerla rapidamente. Con 2 click ordiniamo la cena senza alzare il culo dal divano e allora ci sembra strano che ci vogliano anni per formare un mindset.

E invece è proprio così. Quindi nel libro ne definisco quelle che sono le 4 caratteristiche principali (dati, esperimenti, creatività, domande) e provo a lasciare degli stimoli, delle suggestioni e degli strumenti. Ancora una volta, non con l’obiettivo di dare risposta, ma di stimolare delle domande.

In aggiunta a questo, nel libro cito di continuo esempi di realtà italiane (piccole e grandi) che stanno lavorando bene su questo mindset proprio per affiancare un po’ di concretezza alle cose che descrivo. Leggere delle esperienze altrui è sempre molto formante e può darci forti indicazioni su errori da evitare o direzioni da prendere.

I tools che se smettessero di funzionare ti sentiresti disperato

R: Ormai per ogni tipologia di tool ne esistono decine e decine di alternative, quindi è uno scenario molto poco realistico. Ma se proprio devo ipotizzare una situazione catastrofica del genere ti direi che andrei in difficoltà senza Hotjar, senza YouTube e senza TypeForm.

Come vedi il futuro del growth hacking?

R:Non vedo l’ora che passi l’hype, se devo essere sincero. Il perché è presto detto: nel momento in cui una cosa non è più di moda, tutti gli avvoltoi si spostano sul nuovo trend e r oi.

In questo futuro mi auguro di non dover più spiegare che la parola “hacking” non fa riferimento al ragazzino che ruba le carte di credito di notte e che la sperimentazione è fondamentale in qualsiasi azienda.

Scendendo nello specifico della “scena” italiana, mi auguro che ci sia consapevolezza, da parte di aziende di ogni dimensione, che sperimentare non è solo un qualcosa che ha come obiettivo finale la crescita (come suggerisce la parola “growth”), ma che nello scenario odierno ha in primis l’obiettivo di trasformare ed evolvere le realtà aziendali. Chi non si adatta muore, c’è poco da fare. Ecco perché il sottotitolo del mio libro è “non esiste innovazione senza sperimentazione”. Ad oggi, se un’azienda non sta investendo nella sperimentazione è destinata a morire in poco tempo.

Ci sarà un terzo libro?

R: Assolutamente si. E anche un quarto, un quinto e così via.

Scrivere un libro è una delle esperienze più belle che mi sia capitata e quindi ho intenzione di continuare a farlo. È una cosa che mi piace tantissimo e mi da anche molte soddisfazioni, proprio per questo credo proprio che continuerò a scrivere.

Non so se il terzo sarà sul Growth Hacking (qualche amico ha detto che mi tocca completare la trilogia) o su tematiche diverse. Su questo ci sto ancora ragionando e credo che, come è successo per il secondo, saranno i prossimi 12-24 mesi a farmi capire la direzione in cui andare.

 


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Cosa significa fare Growth Hacking secondo Raffaele Gaito
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