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“Le strategie digitali non esistono: esiste il ruolo che il digital ha all’interno di una strategia”

Nel post di oggi vi presentiamo la terza intervista di Leevia. Dopo Monia Taglienti e Matteo Pogliani, rieccoci ad intervistare un’altra professionista del panorama digitale: Francesca Casadei che sul web è più nota con pseudonimo LaFra.

Una particolarità di Francesca è un tatuaggio sotto la nuca che rappresenta il tasto F5, che per lei significa l’importanza del tenersi sempre aggiornata su tutto quel che la circonda.

Vi abbiamo raccontato questa particolarità perché, ve ne accorgerete dall’intervista, Francesca Casadei è un fiume in piena, di quelli che travolgono tutti per l’entusiasmo che mette sia nel suo lavoro che nella vita di tutti i giorni.

Raccontati ai lettori del Leevia blog: chi è Francesca Casadei?

«Una mezzosangue (mezza italiana, mezza inglese) uscita da due anni dal target Millennials (fate voi il calcolo).

Chi mi circonda mi definisce una persona sorridente e penso possa essere vero, in linea di massima forse sorrido più della media. Mi viene naturale.

Sono semplicemente una persona fortunata: ho un lavoro che mi piace e in cui metto molta passione, a casa ho delle persone che mi amano e che mi sono vicine sempre, anche quando mi sembra di non avere motivi per sorridere, ho una rete di relazioni che mi arricchisce e che è in continua evoluzione. Insomma cosa volere di più?».

Come è nata la figura de La Fra sul web?

«La Fra è nata nel 2006 quando ho sentito l’esigenza di allargare la cerchia delle persone che frequentavo, sia nella mia vita professionale, sia in quella personale. Ho creato un blog sull’allora piattaforma Blogspot con il nickname simplylafra che si è poi evoluto nell’attuale www.lafra.it, spazio che ormai non curo più ma che tengo ancora vivo perché c’è molto di me dentro.

Lafra è diventata quindi un’entità parlante anche su Twitter e in seguito su Instagram e su Medium, per citare i social network più noti, ma lo è stata anche su Foursquare, su Blip.fm, su Second Life e altre realtà ormai in disuso».

Hai iniziato a lavorare nel campo digitale quando ancora in Italia si muovevano i primissimi passi verso questo mondo. Come hai capito che quella era la tua strada?

«Sono cresciuta con due fratelli maschi che mi sfidavano ai videogame: quando ho iniziato a batterli ho capito che la mia strada era nel digitale.

Scherzo chiaramente, ma nemmeno troppo: sono sempre stata affascinata dal potenziale della tecnologia e dell’interattività che è in grado di generare. Abilita la creazione di legami, che poi è la traduzione di link, tra cose, tra persone, tra spazi e tra aziende».

La comunicazione, da quando hai iniziato a fare questo lavoro ad oggi, è cambiata moltissimo. Quali sono le differenze sostanziali che riscontri giornalmente?

«Si potrebbero scrivere, e alcuni lo hanno già fatto, innumerevoli libri su questo tema.

Una delle sfide più interessanti che mi trovo ad affrontare nel mio lavoro è la necessità di sviluppare codici di comunicazione sempre diversi per raccontare quello che faccio: si passa dal direttore marketing che per dieci anni ha fatto solo televisione e a cui devi spiegare come sfruttare le opportunità dei media digitali, al ragazzo in stage appena uscito dal master che è un cosiddetto “nativo digitale” e che non accetta il fatto che la televisione è ancora un mezzo fondamentale per raggiungere determinati pubblici, per arrivare poi ai miei genitori e alla fatidica domanda “come faccio a spiegare il lavoro che fai in parole povere?”.

Personalmente lo trovo molto stimolante, saper raccontare quello che fai in modi diversi ti consente davvero di padroneggiarlo e di capire dove puoi ridurre la complessità e rendere tutto più agevole e semplice da assimilare, un po’ come un piatto con pochi ingredienti di qualità che non richiede aggiunte di ogni sorta per insaporirlo».

Oltre il tuo lavoro di Digital Strategy Manager presso MEC Italy, sappiamo che sei anche una docente per Ninja Academy e non solo. Quali sono, secondo la tua esperienza, le skills indispensabili che bisogna avere per fare dei social media il proprio lavoro?

«Si, fare formazione rientra nella sfida raccontata sopra. Erroneamente si pensa che fare formazione significhi insegnare quello che sai ad altri, ok è vero ma è una visione davvero molto limitata.

Grazie alle attività di formazione mi costringo a non smettere mai di studiare e di tenermi aggiornata sui temi che porto in aula, imparo a relazionarmi con persone diverse, a scoprire nuovi punti di vista, ad arricchirmi con le conoscenze e con le esperienze degli altri. Il 2017 sarà un anno importante per me, ho in cantiere diverse collaborazioni con alcune università italiane e non vedo l’ora di iniziare».

Sul web spesso si legge che il tuo lavoro e altri correlati al digital, sono oramai inflazionati, che ci sono troppi finti professionisti e così via. Quanto ti senti di condividere questa affermazione?

«Purtroppo condivido, spesso si ironizza su job title che prevedono all’interno concetti come ambassador, guru, evangelist, penso che se una persona si presentasse così a me non riuscirei a trattenere un sorrisino.

Poi sono io la prima che non è totalmente coerente con il suo job title: “Digital strategy manager”. In realtà mi occupo di strategie che non prevedono il solo coinvolgimento di mezzi digitali, mi porto dietro quel prefisso Digital per via del mio percorso professionale.

Come mi trovo spesso a dire, le strategie digitali non esistono, esiste il ruolo che il digital ha all’interno di una strategia, sia essa di business, di marketing o “semplicemente” di comunicazione».


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