Apri un profilo Instagram, scatta un selfie con il tuo outfit “mercato style”, fai la bocca a culo di gallina e inserisci nella bio “Influencer”

 

Se pensi che l’influencer marketing sia questo, allora non hai capito niente. Ma proprio niente.

Influencer non si nasce, si diventa, acquisendo autorevolezza in un settore preciso grazie ai tuoi contenuti e alla capacità di generare engagement e conversioni.

Non basta essere figa o figo, non basta nemmeno essere simpatico, divertente, carismatico. Non sei un animatore da villaggio turistico, sei il frutto dell’evoluzione del mercato e del commercio nell’era del digitale e dei social media.

Insomma, roba seria.

Anche se in me lo stimolo a polemizzare con chi crede che il mondo degli influencer sia solo fuffa effimera spinge con vigore, preferisco trattenermi e cercare di chiarire alcuni passaggi.

Influencer: è finita la pacchia

Sono giorni duri questi per gli influencer, costretti ad uscire allo scoperto dichiarando in modo inequivocabile la collaborazione con brand dietro compenso.

Cos’è cambiato, e perché tutto questo è senza dubbio positivo?

Dopo l’azione della Federal Trade Commission statunitense, che ha invitato decine di noti influencer a rispettare il principio di trasparenza nel promuovere contenuti sponsorizzati, Instagram ha annunciato il lancio di un nuovo tool dedicato.

Tramite questo tool, infatti, sarà possibile indicare la natura promozionale del contenuto e il brand coinvolto, che potrà, tramite una dashboard di insight, verificare la resa dell’investimento sostenuto.

Insomma, è finita la pacchia, adesso si fa sul serio.

Finalmente tutti i finti influencer, che hanno gonfiato i numeri dei propri profili acquistando follower a tanto al kg, verranno naturalmente spazzati via, attraverso una selezione naturale che farà bene a tutto il settore.

Ora anche i brand avranno gli strumenti per capire se investire su questo influencer o sull’altro, e verificare, così, se si tratta di un investimento proficuo oppure no.

Tutto questo è molto interessante, e lo considero anche estremamente positivo, perché non se ne può più di assistere ad un approccio all’influencer marketing così superficiale, basato solo sui numeri e mai sui risultati, sui fan e non sulle conversioni, sulla “notorietà” e non sugli analytics reali dei vari blog.

Basta fuffa, quella vera.

Investiamo sui veri influencer, quelli capaci di spostare fatturato.

Influencer: il DDL Concorrenza

In Italia manca una legislazione sul tema, capace di mettere in chiaro come comportarsi con la promozione di contenuti sul web.

Tutto questo non fa altro che favorire la vecchia e cara “pubblicità occulta”, in salsa digitale.

In occasione della discussione sul DDL Concorrenza, approvato alla Camera e reinviato al Senato per l’approvazione, si è messo sul tavolo anche la questione influencer e vip sui social network, inserendo un ordine del giorno con un obiettivo chiaro:

“valutare l’opportunità di un intervento a livello legislativo affinché l’attività dei web influencer sia regolata, permettendo ai consumatori di identificare in modo univoco quali interventi realizzati all’interno della rete internet costituiscano sponsorizzazione”.

L’ordine del giorno è firmato dal deputato PD Sergio Boccadutri, su sollecitazione dell’Unione Nazionale Consumatori.

Il senso della richiesta è così di buon senso che non si può non appoggiarla in toto.

Infatti, Boccadutri chiede che la natura promozionale del contenuto sia dichiarata in modo inequivocabile, attraverso una dicitura nel testo che accompagna il visual o nel visual stesso.

L’importante è che sia chiaramente distinguibile dal resto delle etichette, o degli hashtag.

Chiara Ferragni, ad esempio, ha iniziato a inserire l’hashtag #ad nella caption dei post su Instagram, mentre altri influencer rendono evidente il tag al profilo del brand.

Staremo a vedere in che modo verranno recepite queste indicazioni, e se troveranno una concretizzazione legislativa.

Nel frattempo, onde evitare problemi con l’Antitrust, molte webstar stanno iniziando a correre ai ripari, rendendo evidente la sponsorizzazione.

 

Influencer e compensi: è giusto renderli pubblici?

Nella discussione delle ultime settimane si è inserita a gamba tesa anche la richiesta di rendere evidente il compenso incassato dall’influencer di turno per promuovere quel prodotto o brand.

Beh, io la trovo una proposta ridicola, per due ragioni:

  • In un regime di libera concorrenza, ognuno dovrebbe poter scegliere il proprio “tariffario” senza comunicarlo ai potenziali competitor;
  • In base alla tipologia di contenuto prodotto, va applicato un costo adeguato. Ad esempio, una foto fatta con l’iPhone non può costare quanto quella scattata da un fotografo professionista con attrezzature all’avanguardia. Rendendo noto il compenso, però, si genererebbe un corto circuito nei rapporti con i brand, che potrebbero non comprendere la differenza di prezzo proposto.

Va bene (anzi, benissimo) dichiarare la natura promozionale del contenuto, ma rendere palesi i compensi mi sembra inconcepibile.

E tu, cosa ne pensi? Scrivilo nei commenti!


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Influencer non si nasce, si diventa: adesso si fa sul serio
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Influencer non si nasce, si diventa: adesso si fa sul serio
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Apri un profilo Instagram, scatta un selfie con il tuo outfit “mercato style”, fai la bocca a culo di gallina e inserisci nella bio “Influencer”. Non funziona così. L'Influencer Marketing non è questo!
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